Fucile Italiano d'ordinanza Vetterli 1870 trasformato in cal. 24

Non ho ancora concluso le ricerche sui Vetterli, pertanto non mi è ancora possibile recensire la storia dei vari modelli di questa arma.
Mi limiterò momentaneamente ed in modo molto sommario al solo modello 1870.

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Il 20 settembre 1870, con la presa di Roma da parte delle truppe di Cadorna, viene decretata la fine dello Stato Pontificio, ma anche l'estrema arretratezza dei nostri armamenti, specie se messi a confronto con i "ricchi" armamenti dell'esercito dei papi.
Pertanto per il neonato esercito del Regno d'Italia doveva essere selezionata una nuova arma capace di sostituire efficacemente i Carcano Mod. 1867 ad ago ormai obsoleti.
I dettami della scelta furono come sempre i costi (inteso non solo come costo delle armi in senso stretto ma anche come munizionamento) ed il grado di preparazione dei soldati: adottare un'arma troppo complicata poteva mettere in difficoltà il regio fante data la cultura di cui disponeva.
Per questi motivi venne adottato il Vetterli mod. 1870: un fucile monocolpo a percussione centrale in calibro 10,4 x 47 R.
Il nome del progettista ed il fatto che l'arma fosse divenuta l'ordinanza del Regio Esercito Italiano non deve trarre in inganno: non si trattava di un fucile italiano bensì svizzero. Il progetto era infatti del meccanico svizzero Federico Vetterli, eclettico direttore della fabbrica d'armi di Neuhausen.
Ma veniamo a questo Vetterli.
Molti studiosi di armi lo paragonano ai maiali: del Vetterli non si butta niente!
Per questo motivo durante la prima guerra se ne sono visti molti in trincea ricamerati in 6,5, e sempre per lo stesso morivo molte baionette sono state tagliate per ottenere quelle dei 91.
Ma l'esemplare del quale ho compiuto il restauro è andato ben oltre.
Come è facilmente intuibile, concluse le guerre rimangono solo distruzione e fame. Una guerra è un evento capace di mettere economicamente in ginocchio anche la nazione vincitrice.
Pertanto riutilizzare le armi d'ordinanza in surplus per procurare cibo non deve venir letta come una trovata geniale ma come un'autentica necessità.
Ho detto nella recensione dei '91 che uno zio di mia madre, armaiolo di professione, ritubava i vecchi 91 in calibro 32 o 36 e, parlando con l'amico Antongiulio è emerso che anni fa anche lui ha avuto un K98 in .410.
Ma adesso non stiamo parlando di un'arma che artigianalmente è stata manomessa al fine di compiere un lavoro per il quale non è stata creata, bensì di una modifica presumibilmente fatta in arsenale per poter mettere l'arma sul mercato civile, almeno questo è quanto risulta dall'analisi della stessa.
Quando l'ho portata a casa l'arma si presentava in condizioni piuttosto tristi, anche se la consapevolezza di avere tra le mani un pezzo con oltre 100 anni di storia non mi lasciava certo sperare in meglio.
Le alternative potevano essere solo due: o lasciarla così, non smontarla, non toccarla e metterla in rastrelliera a fare bella mostra di se, oppure sbriciolarla pezzo per pezzo, studiare ogni piccolo particolare e compiere un restauro certosino.
La curiosità era troppa, non ho saputo resistere.
I ferri non presentavano particolari punti di ruggine, usura o colpiture, ma una spessa patina scura rendeva i meccanismi opachi, i legni erano stati trattati con una vernice lucida molto simile a quella usata per i serramenti.
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Per di più sulla parte sinistra il calcio presentava una vistosa rottura all'altezza dell'azione: rottura probabilmente incollata alla "viva il parroco" da qualcuno che aveva avuto per le mani questo ferro vecchio ed aveva cercato di sistemarlo alla "benemeglio"
Dopo aver fatto qualche foto per documentare lo stato originale (notare il lenzuolo frutto di un furto con destrezza ai danni della mia signora!), inizio l'analisi e lo smontaggio ma subito ho una sorpresa molto gratificante: sul raccordo esagonale della canna c'è il punzone BRESCIA nell'ovale: è il punzone dell'arsenale di Brescia, segno che la sostituzione della canna è stata fatta in arsenale, non da un armaiolo.

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Oltre a questo punzone, si intravedono solo la matricola (molto bassa peraltro, è un numero di sole 4 cifre, fa ipotizzare si tratti di una delle prime armi prodotte) ed il calibro: 24.
Inizio dalla fascetta anteriore che fissa la canna al calcio: subito mi saltano agli occhi due numeri: 8 e 6.

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Un 8 ed un 6. Che letti al contrario diventano un 9 ed un 8. Aiuto!
Vado avanti: Via l'attacco posteriore della cinghia. Anche qui un 86, o un 98.

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Passo al calciolo. Esternamente ci sono 3 F ed un 6. Addirittura la seconda F è ribattuta.

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Ma una volta smontato ricompaiono i due numeretti 8 e 6, o 9 e 8!
 
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Proseguo separando la canna dal calcio: sulla slitta di raccordo tra canna e meccanismo di scatto compaiono sempre i soliti numeri.

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Come detto, sulla parte visibile della canna c'erano solo pochi simboli: il produttore, il calibro e la matricola. Poco direi, di certo non molto per compiere un'analisi storica del pezzo. Ci ho pensato sconsolato per tutte le fasi si smontaggio, almeno fino a quando non ho girato la canna, perchè qui, devo dire, di punzonare se ne sono proprio tolti la voglia!

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Sono proprio tanti. Molti sicuramente punzoni di controllo di qualche ispettore o responsabile d'arsenale, altri codici di chissà quale intervento, l'unico che mi suona in qualche modo familiare è un PF sormontato da una coroncina, già visto in precedenza su armi ex ordinanza destinate al commercio civile.
Analizzando il calcio vengono alla luce di nuovo l'8 ed il 6 (o il 9 e l'8!)

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La lesione laterale è piuttosto pronunciata:

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Ma girando la calciatura mi accorgo che non è passante, e che non ha subito interventi di riparazione. Altra buona notizia.

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Dopo una prima e sommaria asportazione di quella sorta di "coppale" che ricopriva il calcio con uno sverniciatore non troppo aggressivo (quello da restauratori, per intenderci) ed un bel lavaggio del legno con diluente, decido di riparare la rottura laterale, anche per evitare che si aggravi qualora al termine del restauro giudicassi l'arma capace di funzionare in sicurezza e decidessi di provarla.
Per eseguire questa operazione, in luogo di stucchi preconfezionati dei quali non azzeccherei mai il colore a meno di una fortuna sfacciata (che non possiedo), opto per un metodo antico quanto efficace: inizio la levigatura della pala del calcio con una carta vetrata da 200 e raccolgo la segatura di risulta.
Successivamente la miscelo con colla vinilica che essiccando diverrà trasparente e sigillo la venatura.

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Nel frattempo, in attesa dell'essiccazione del mio stucco artigianale, torno a dedicarmi ai ferri.
Il gruppo di scatto, sia sul ponticello del grilletto che sul supporto della molla a lama riporta gli ormai canonici 8 e 6 (sempre che non si tratti di un 9 ed un 8!).

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Sfilo l'otturatore dal castello ribattendo con un puntaspilli il fermo da destra verso sinistra, ma non togliendolo del tutto:

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Lo smontaggio dell'otturatore è difficoltoso perchè c'è del grasso "d'epoca" ormai secco che impedisce ogni operazione. Ma decido comunque di smontarlo forzando un pochino la mano, piuttosto che ammorbidirlo nel petrolio bianco e smontarlo successivamente:

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 Ancora una volta i numeretti saltano agli occhi: quasi quasi li gioco al lotto!

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Su un lato delle alette del percussore c'è punzonato un simbolo che ho già visto: una sorta di 7 al contrario coronato. Attualmente mi sfugge il significato.

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Infine tutto il metallo è messo a fare un bel bagnetto a mollo nel petrolio bianco.

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In attesa che il petrolio ammorbidisca i residui di grasso secco e la sporcizia in genere mi dedico di nuovo ai legni, levigo, pulisco, rifinisco con l'ausilio di lana d'acciaio fine e dopo un'energica spolverata applico a tampone una generosa passata di olio di lino, seguito da una cera da me preparata della quale però al momento non intendo pubblicare la formula.

 

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Pronta la calciatura, indossati i guanti e dotato di tanto "olio di gomito" passo di nuovo alla ripulitura dei ferri. Una volta pulito ogni pezzo viene messo ad asciugare sulla carta assorbente (si tratta di semplice carta da officina, nulla di particolare)

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Una volta rimontati otturatore e gruppo scatto si presentano così:

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E così si presenta l'arma a restauro finito:

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Per inciso: ogni volta che ho smontato un meccanismo ho segnato su un foglietto (in officina avevo solo della carta da pacchi, in realtà l'ho presa dal cestino, ma non ditelo in giro) uno schema della posizione delle viti e la relativa lunghezza, oltre al fatto se fossero a Testa Quadra, Svasata oppure Tonda. Il rischio di sbagliare, sforzare una ceca o spanare erano troppo elevati.

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