Colt 1911

Sono stato dubbioso per molto tempo sull'opportunità o meno di scrivere una recensione su quest'arma. Che c'è da scrivere che non sia stato già stato messo nero su bianco sulla Colt 1911? Da quando è stata concepita, oltre un secolo fa, e adottata per la prima volta dall'esercito statunitense, sono stati versati i proverbiali fiumi d'inchiostro su questa pistola, descrivendone la genesi, la tecnica, la storia. Decine e decine di produttori, nel tempo, l'hanno copiata, clonata, declinata in mille varianti che lungi dallo sconvolgere l'archetipo originale, ne hanno migliorato via via il funzionamento e la fruibilità.

Nel tempo la Colt 1911 ha perso l'originale denominazione di “pistola semiautomatica” per diventare, assieme alla sua cartuccia 45 ACP, “LA” pistola semiautomatica per antonomasia, un mito che resiste nel tempo, ai cambiamenti delle mode, delle esigenze e delle abitudini.

Pochi oggetti nel mondo moderno sono arrivati a tanto, la bottiglia della Coca Cola è un classico esempio, per dire. Ecco, la Colt 1911 nel mondo delle armi ne è l'equivalente.

A pensarci, non potrebbe nemmeno essere diversamente. Con buona pace degli estimatori di altre armi, la Colt 1911 è la pistola che è stata dappertutto, attraversando due guerre mondiali oltre a numerosi conflitti locali, è ed è stata usata da una quantità di persone incalcolabile, ancora oggi viene costruita, oltre che dalla casa madre, da numerosi altri produttori. Anche da quella Smith&Wesson che è stata da sempre feroce concorrente della Colt nel campo dei revolver.

Quindi mi sono chiesto:”Ha senso scrivere qualcosa su quest'arma?” Alla fine la risposta è stata:”Si, ha un senso.”

Lo ha in funzione della peculiarità di questo sito. Qui trattiamo di armi, cartucce, restauro e quant'altro attinente al mondo che ci appassiona e questa recensione, come le altre che trovate qui, non vuole essere una mera disamina tecnico-storica, anzi. Non si vuole scriverne la storia minuto per minuto oppure descriverne il funzionamento fino all'ultima vite. Altri, ben più competenti del sottoscritto, hanno riempito pagine e pagine su libri, siti internet, hanno realizzato filmati che trovate sparsi nel web.

Voglio, se riesco, trasmettere le emozioni che si provano impugnando un mito dell'arte armiera, vero e proprio capolavoro di quel genio di John Moses Browning a cui si devono moltissime delle invenzioni tutt'ora applicate nel mondo delle armi.

Quindi?

Quindi eccola, la mia:

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Una Colt 1911 calibro 45 ACP serie 70, costruita nel 1981 e giunta nelle mie mani alla fine del 2012. Dove sia stata e cosa abbia fatto nei 31 anni precedenti non è dato sapere. Di certo si è riposata molto, perché i segni di usura erano minimi e il “look” era praticamente pari al nuovo. Da tempo ne cercavo una così. Ero proprietario di un clone filippino, una di quelle realizzazioni “entry level” a basso costo che, per carità, funzionano anche bene e sparano anche meglio, però...beh, non era una Colt! Quindi, quando la vidi sul bancone del TSN di Casalmaggiore fu amore a prima vista. “Eccola!” pensai, “l'unica semi-automatica che un revolverista come me deve avere.” Il proprietario, che scoprii in seguito essere un'altro estimatore del genere, doveva venderla per far entrare nella sua denuncia un esemplare militare per cui non dovetti faticare molto per convincerlo a cedermi l'oggetto e stabilito un prezzo congruo (vabbè che le passioni non si misurano in euro, ma anche strapagare…) la 1911 fu mia. Le guancette non sembrano originali e probabilmente sono state sostituite da qualcuno in precedenza, però sono molto scure, quasi nere, ed a mio personalissimo giudizio, il colore si intona perfettamente con il look brunito dell'arma.

I “dati di targa” sono ben stampati, ma la finitura superficiale pur con una brunitura uniforme, denota una spazzolatura sottostante evidente e testimonia le difficoltà produttive di casa Colt all'inizio anni '80, quando il crescente costo della mano d'opera costrinse la casa di Hartford a risparmiare sulle finiture e la qualità divenne discontinua rispetto al passato. Purtroppo l'esemplare in mio possesso quindi, pur se meccanicamente ineccepibile, non lo è altrettanto a livello estetico.

Ecco le foto del carrello dove si possono notare i segni della spazzolatura citata poc'anzi sotto la brunitura.

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 Anche l'interno del carrello e del fusto portano qualche segno di lavorazione.

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  Certo però che vista dalla parte sbagliata, la volata fa sempre un po' impressione.

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Lo smontaggio da campo è semplicissimo, con un po' di allenamento mezzo minuto è sufficiente per scomporre l'arma nei suoi componenti principali. Tolto il caricatore e verificato che non ci sia un colpo in canna scarrellando, ecco il risultato.

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Nel tentativo di aumentare la precisione Colt montò sulla serie '70 i  bushing con la parte aderente alla canna più lunga e tagliata longitudinalmente in quattro parti. Questo, unito a delle tolleranze più precise dell'accoppiamento canna/bushing, aveva lo scopo di aumentare la precisione favorendo il corretto riallineamento del sistema. In effetti la cosa funzionava però i quattro tagli indebolivano il componente che diventava molto più soggetto a rotture, mentre il normale bushing è praticamente eterno. Le serie successive tornarono quindi ad una soluzione più tradizionale.

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Una notissima pubblicità degli oramai lontani anni '70 recitava: "A scatola chiusa compro solo Arrigoni!". Io in aggiunta sono un maledetto curioso e avendo un minimo di manualità, mi sono cimentato nello smontaggio completo di ogni singolo componente della mia pistola. Così me la sono smontata tutta, vite per vite (pardon, perno per perno), lasciando al loro posto solo la tacca di mira e il barrel link.

Ecco il risultato di cotanta fatica, la 1911 a cuore aperto.

b_650_250_16777215_00_images_recensioni_Colt1911_1911-Smontaggio_completo.jpgE' sicuramente più complicata di un revolver Single Action, ma non poi così tanto. Le uniche viti sono quelle delle guancette, il resto è tenuto insieme da perni e incastri, più che il cacciavite serve il caccia-spine.

Il funzionamento della Colt 1911 è arcinoto, ma forse vale la pena di ricordarlo brevemente. Al momento dello sparo canna e carrello sono uniti tramite due risalti presenti sulla canna che si incastrano nelle corrispondenti sedi del carrello. Canna e carrello arretrano assieme per qualche millimetro ma, mentre la canna percorre un arco di cerchio imperniata sull'asse dell'hold open, il carrello compie un moto rettilineo per cui le due direzioni divergono. La canna si abbassa e si ferma, svincolandosi dal carrello che continua invece ad arretrare arrivando alla battuta posteriore, espellendo il bossolo e armando il cane. A questo punto entra in azione la molla di recupero, compressa nella fase precedente, che restituisce l'energia immagazzinata distendendosi e costringendo il carrello tornare in avanti. Così facendo una nuova cartuccia viene prelevata dal caricatore e spinta in canna e il tutto viene costretto a percorrere l'arco di cerchio in senso contrario ripristinando il vincolo tra canna e carrello, pronto per un nuovo sparo. Il ciclo si ripete fintanto che ci sono cartucce nel caricatore. Esplosa l'ultima, la soletta del caricatore va ad interferire con la leva dell'hold open, bloccando il carrello in posizione aperta.

 

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 La canna con i due risalti e le corrispondenti sedi nel carrello.

Qualche lettore commenterà: “Ok, l'arma l'abbiamo vista, ma come va?”

“Bene!” è la risposta scontata dell'appassionato, “precisissima, robustissima, affidabilissima...” e via, di superlativo in superlativo. E' vero? No, naturalmente. L'arma funziona bene come una qualsiasi “system Colt”, con i suoi molto pregi e con i suoi naturali difetti.

L'impugnatura è, come dire, perfetta. Senza essere anatomica ha tuttavia una conformazione tale per cui è confortevole anche dopo molti colpi sparati, permette un controllo notevole dei movimenti della pistola allo sparo anche usando una mano sola ed è, come dire, piacevole. Personalmente trovo il “Mainspring Housing” curvo migliore di quello piatto che oggi va per la maggiore, ma è una impressione del tutto soggettiva. Lo smontaggio da campo per la pulizia generale, come illustrato sopra, è semplicissimo e veloce, alla portata di chiunque. La precisione sul bersaglio è notevole e con la ricarica giusta si può competere con armi pensate per il tiro a segno senza paura di sfigurare tenendo i colpi costantemente tra il 9 ed il 10. Non mi sembra poco.

E i difetti? Diciamo che possiamo riassumerli in tre condizioni ben precise, che possono declinare in una quantità di varianti, sempre riconducibili però ai tre filoni principali.

La Colt 1911 digerisce poco le cartucce che si discostano dalla classica “hardball” per cui a suo tempo fu progettata (primo difetto). Se volte usare della palle tronco-coniche invece che le classiche round nose, aspettatevi di avere degli inceppamenti, non frequenti, ma possibili. Questo perché essendo la rampa di alimentazione in due pezzi, parte sul fusto e parte sulla canna, lo scalino che si crea non gradisce palle con profili differenti dal round nose.

La 1911 fatica anche ad alimentare se il caricatore non è curato e se i labbri di ritenuta non sono perfettamente conformati (secondo difetto).

Il terzo problema che può affliggere il “system colt” è l'estrazione dei bossoli spenti, che complice la finestra di espulsione “giusta” e magari cartucce da poligono un po' fiacche, possono in vario modo far si che il bossolo rimanga incastrato tra canna e carrello bloccando l'arma.

Queste problematiche sono state risolte e/o attenuate sulle copie moderne ed anche sui prodotti attuali della stessa casa madre, dove troviamo rampe di alimentazione integrali alla canna, finestre di espulsione maggiorate, caricatori modificati con labbri di ritenzione più robusti o più lunghi.

Ma volete mettere l'archetipo originale?

 

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