Una Mauser C96...fra le nuvole!

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Questa testimonianza intende, al di là degli aneddoti più o meno emotivi, aprire un dibattito sulla Mauser C96 “Contratto Aeronautico Italiano” che, ( al contrario della sua sorella “Mauser Marina”, con i suoi “flatsides” e la sua numerazione matricolare specifica) rimane “tra le nuvole” di un’attribuzione incerta, se non verranno almeno individuati i numeri di matricola che ne sanciscano l’appartenenza.

Era un pomeriggio di tarda primavera. Quindici anni fa.

Tra gli scaffali del solito edicolante faceva capolino la copertina di un numero di “Diana Armi” fresco di stampa. Numero 6, Giugno 1996.

E titolava: “SPECIALE MAUSER 96”.

Argomento per me assai seducente, per le ragioni che dirò.

Comprai la rivista e cominciai subito a sfogliarla avidamente per strada.

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Nell’articolo (“Cento candeline per Frau Mauser”), Ugo Menchini ricostruiva in ben quattordici pagine la storia di quell’arma leggendaria, la “Mauser selbstlade pistole construktion 1896”, con dovizia di particolari, di informazioni, di foto d’insieme e di dettaglio, dai progetti di Paul Mauser del 1895, fino alle ultime 712R del 1930.

Ero immerso nella lettura, con divertito interesse quando, alle pagine quarantadue e quarantatré, mi imbatto in questa frase:

”…pistole acquistate, come inconfutabilmente risulta dalla data incisa sul lato sinistro del fusto, nel 1914 dal Regio Esercito Italiano e distribuite ai reparti di artiglieria aeronautica corredate di raccogli –bossoli per evitare danni agli aerei. Questo ulteriore “Contratto Italiano” è poco noto anche se collezionisticamente molto importante, visto che dall’analisi dei numeri di matricola conosciuti risultano acquistate circa 350 armi.”

Il tutto corredato dalla foto del frontespizio del manuale di istruzione per la pistola, edito dal Reparto di Artiglieria Aeronautica, e da quella della scritta incisa sul lato sinistro del fusto: “1914”.

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Un tuffo al cuore!

Improvvisamente avevo capito, saputo, che la mia Mauser, della quale andavo comunque fiero, era una Mauser…speciale! Ora, tutt’ a un tratto, nella storia misteriosa di quella “mia” pistola, tutto tornava: ogni tessera andava al suo posto!

E allora, bisogna fare un passo indietro per dipanare la vicenda.

Diversi (parecchi?...troppi!) anni prima ero un ragazzo, innamorato di tante cose, ma più di tutto di quella che sarebbe poi stata mia moglie. Frequentavo la sua famiglia e, tra i vari componenti di questa, spiccava la figura di suo nonno materno, che tutti chiamavano, anche in famiglia, “Il Comandante”. Era un vecchietto simpatico, arguto, con uno spiccato senso dell’”humour”, dalla battuta pronta, ed assai propenso a raccontare gli aneddoti della sua vita avventurosa. Era stato pioniere dell’aviazione, quando ancora non esisteva l’Arma Aeronautica. Aveva combattuto sugli aerei da caccia e da bombardamento per tutta la guerra 15/18 conquistandosi due medaglie al valor militare. Ricordava per conoscenza personale Baracca e D’Annunzio, le imprese sui cieli dell’Istria, le rocambolesche sortite dietro le linee austriache, con tanto di mitragliamenti e lancio di bombe, i duelli aerei, i rientri alla base con l’aereo ridotto un colabrodo o, come diceva lui, “con l’elica in bandiera”. Era assolutamente affascinante. Gli ero simpatico perché, al contrario dei suoi, facevo finta di ascoltare ogni volta per la prima volta ciò che aveva raccontato in infinite occasioni.

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Lo facevo perché amavo assolutamente riascoltare i suoi racconti avvincenti.

Quando mi laureai in medicina ricevetti molti regali: il classico sfigmomanometro “a colonna”, un orologio d’oro, persino un lettino da visita e una borsa di cuoio completa di strumentario ostetrico- chirurgico.

“Il Comandante”, invece, che conosceva la mia passione per la medicina (e questo lo rassicurava) ma anche quella per la storia e le armi (e questo lo gratificava), una sera che ero andato, come al solito, a visitarlo, tirò fuori un fagotto di tela nera cerata, legato con uno spago, me lo porse e mi disse: “Questo è il mio regalo per te. Solo tu puoi apprezzarlo”. L’involucro scartato rivelò l’arma chiusa nel suo calcio - fondina.

Ero senza parole. Tentai di schermirmi, di rifiutare (a malincuore!). Gli chiesi da dove venisse quella pistola tedesca, che conoscevo solo dalla letteratura, e lui mi rispose semplicemente: “Era nel mio aereo”.

Poco tempo dopo morì, con tutte le commoventi cerimonie che seguirono (picchetto d’onore ecc.).

Naturalmente denunciai l’arma, citando le origini della sua appartenenza e sistemandone il possesso dal punto di vista legale.

Per anni avevo favoleggiato che si fosse trattato di una qualche preda bellica, strappata al nemico in chissà quale drammatica circostanza.

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Invece la spiegazione era quella più semplice: me la aveva data, in quattro parole, “Il Comandante” e me la dava ora, in quel pomeriggio di tarda primavera, Ugo Menchini, alle pagine quarantadue e quarantatré del suo articolo su Diana Armi.

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Testo : Emilio

Fotografie: Daniele E.