Le doppiette Darne

COMUNICAZIONE: Leggendo le riviste specializzate del settore avevo notato che certi articoli riportavano delle somiglianze con i nostri. Non mi riferisco solo ai testi, che come è facilmente intuibile, possono essere stati desunti dalle stesse fonti, ma anche all'impaginazione ed al metodo di fotografare i soggetti recensiti. Ammetto che la cosa mi ha lusingato. Ma pochi giorni fa ho ricevuto una mail che mi informava di un articolo pubblicato dalla rivista "La vetrina delle armi" numero 65 ottobre 2010 sulle armi Darne. Bene, nella bibliografia, l'autore che non si firma e quindi suppongo sia il direttore Bruno Erba, cita questo sito. I complimenti vanno tutti al buon Peuceta per lo studio "matto e disperatissimo" condotto sulle Darne, reso possibile anche dalle sue conoscenze linguistiche. Dunque grazie Peuceta, continua così!

 

PREMESSA:

 

L'attività venatoria è una passione che mi porta a confrontarmi continuamente con persone che ne sanno più di me, o semplicemente sanno cose che io ignoro. Per questo leggo, mi informo, mi confronto appunto e seguo dei forum di discussione in rete.

Alcuni mesi fa, frequentando un forum in rete, ho avuto modo di confrontarmi con un personaggio a dir poco "notevole".

Per farla breve, leggevo con particolare interesse un utente che ha un modo di scrivere particolarmente "forbito", dato da una proprietà di scrittura sicuramente sopra la media ma anche un acume ed un sarcasmo che spesso andavano ad urtare la sensibilità di altri utenti. Non mi ero mai confrontato direttamente con lui, mi limitavo ad intervenire in modo "asettico" e poco invasivo quando per un commento fatto in una sorta di dialetto toscano ad un suo intervento, venni contattato privatamente in modo brusco e deciso.

La mia risposta fu piuttosto pacata, anche perché essendo portatore sano di un'atavica ignoranza contadina, non mi resi nell'immediatezza conto che i termini da me usati in dialetto toscano potevano assumere, in italiano corretto, un significato differente da quello che gli avevo attribuito io. Non ricordo se chiesi scusa ma di certo il tipo era incazzato come un'ape, e nei rapporti epistolar-digitali che seguirono, mi incalzò più volte con proclami del tipo "se è la guerra che vuoi....... guerra sia!"

Ora, non so dire se la cosa mi divertiva o stupiva, fattostà che sicuramente non davo la giusta importanza alla vicenda. Rispondevo pacato, con missive da giovane educanda che aborra ogni forma di guerra e di default porge l'altra guancia, chiaramente rispondendo alle sue sollecitazioni verbali con qualche fendente di sarcasmo spinto. Live non sono propriamente così, diciamo leggermente più tenace nella difesa delle mie posizioni.

Ma essendo il motivo del contendere "in soldoni" piuttosto banale, anche il buon Peuceta alla fine fece una sorta di outing ammettendo che stavamo discutendo del niente. Ma nel frattempo ci eravamo conosciuti.

Mi appresto a pubblicare questa recensione che poggia i natali su un litigio per un termine: Sofisma.

Dimenticavo, io di Darne non ne so un bel niente, per informazioni citofonare Peuceta.

 

                                                                                                                                    Ike.

 

 

        Trattare della doppietta Darne in ogni dettaglio, significherebbe comporre un piccolo tomo, lavoro improbo da studioso oplologo. Pertanto, le righe seguenti mirano a renderne le caratteristiche salienti, quelle che le hanno guadagnato il ruolo di pietra miliare nella storia dei fucili da caccia.

 

«I fucili da caccia a due canne a retrocarica che cominciarono ad apparire nei primi trent’anni dell’800 erano a canne fisse e ad otturatore a blocco imperniato su due orecchioni laterali facenti corpo con le canne stesse: il blocco si prolungava indietro in una lunga manetta o leva lungo l’impugnatura che terminava  al naso del calcio con un occhio per introdurvi il dito indice della mano destra e sollevarlo per aprire il fucile. Tale sistema non era cattivo perché l’azione della pressione interna sulla faccia dell’otturatore veniva sopportata direttamente dalle canne secondo il loro asse … Le cartucce (da “cartouche”) erano ad involucro di carta combustibile o di tessuto e, all’atto dello sparo si disfacevano, in parte bruciavano, in parte erano proiettate fuori insieme alla borra ed ai pallini: per la mancanza del fondello metallico dilatabile non assicuravano la chiusura ermetica della culatta e davano luogo a forti sfuggite di gas che imbrattavano il meccanismo di chiusura, di percussione e scatto…Tali furono il fucile di Pauly (1812) a finti cani esterni ed il Robert (1831) esteriormente simile ad un hammerless. Questo ebbe successo in Francia sino a quando non apparve il tipo a bascula che adottava cartucce a fondello metallico del Lefaucheux, inizio dell’era dei fucili a retrocarica pratici e sicuri. Molti anni dopo, verso il 1890, con le cartucce a percussione centrale evolute e la noia delle fughe di gas risolta, Darne e Charlin vollero tornare alle canne fisse, più stabili e facili da costruire ed aggiustare, dai costi di produzione minori. Inizialmente Darne e Charlin esordirono insieme, poi si separarono; ognuno apportò modifiche diverse al progetto originario». (Federico Negri)

 

Régis Darne focalizzò il suo interesse sulle doppiette a canne fisse perché esenti dagli inevitabili giochi che affliggevano le basculanti; questi i suoi brevetti basilari:

1881, a cani esterni dalle culatte girevoli, con chiave d’apertura sul lato destro.

1887, mod. A, a culatte ribaltanti o pivotanti, con o senza estrattori automatici.

1891, hammerless a culatte girevoli, con chiave d’apertura superiore.

1893, hammerless a culatte slittanti, con chiave d’apertura superiore, tema di queste righe.

 

Quest’ultima, oggetto d’una ridda di piccole modifiche nel corso degli anni, si rivelò un successo commerciale, ottenne molte medaglie d’oro nelle esposizioni d’armi e nelle gare di tiro.

I primi esemplari furono realizzati con canne demibloc, ma dopo il 1902 fu adottato il monobloc con saldatura a stagno e tubi avvitati in manicotti di soli 42 mm. Essa fu prodotta nei modelli Halifax, R, P e V, tutti dotati d’espulsori automatici. Il modello è desumibile aggiungendo il valore di dieci unità al numero dei marchietti circolari comprendenti la scritta “DARNE” (v. immagine) punzonati in serie sui piani delle canne. Ad esempio: 5 marchietti+10 =R15 oppure 12 marchietti+10 =22.   

 

 

 

La punzonatura della prova era raffigurata dallo stemma della città di Saint Etienne, due palme incrociate sormontate da una corona. Esempio di prove a polvere nera del 1913 per il cal. 12:  

 

Poinçon

Gramme de poudre noire

projectile (grammes)

Pression (kg/cm²)

X St Etienne 

10

60

790

XX St Etienne 

14.5

75

1130

XXX St Etienne 

20

120

1440

XXXX St Etienne 

30

180

1720

 

L’arma finita veniva sottoposta ad un'altra prova:

Poudre noire:

Nitro poudre:

F surmonté par une couronne:960 kg/cm²

S surmonté par une couronne: 1370 kg/cm²

PT (Poudre T) surmonté par une couronne: 960 kg/cm²

PT surmonté par deux couronnes: 1370 kg/cm²

*D’autres nitro poudres ont aussi été utilisées.

Les marques suivantes sont courantes: PR, PM, PJ et PS

 

Nell’ovale sulla chiave d’apertura appariva la scritta ‘Darne’, salvo che nella serie Halifax, riportante l’omonima denominazione.

 

 

Serie Halifax: Tre gradi di finitura, dal 3 al 5; prova x per il tipo 3, xx per i 4 e 5. Sicura a levetta. Calciatura monopezzo su alcuni esemplari, secondo anno di costruzione. Scritta ‘Halifax’ in un ovale, sulla chiave d’apertura.

Essa nacque fra le due guerre mondiali, da parti in esubero di altri modelli.

 

Serie R: Otto gradi di finitura, dal 10 al 16; prova xx dall’R10 all’R12, xxx dall’R13 all’R16. Dall’R15 all’R16 il puntale dell’asta è in corno. Sicura a levetta sino all’R12; dall’R13, sicura a cursore e dischi otturatori convergenti. L’ovale della bascula si completa nel legno dell’asta. Apertura in due fasi, sbloccaggio e scorrimento.

 

Serie P: Comprendente i tipi 17 e 18, provati xxx. Di medio livello, adotta alcune soluzioni della serie R ed altre della V. Sicura a cursore. L’ovale della bascula si completa nel legno dell’asta, il cui puntale è in corno. Prolunga della bindella a chiavistello. Sbloccaggio e scorrimento della culatta in movimento unico. Costituisce il punto intermedio

 

Serie V: Quattro gradi di finitura, dal 19 al 22. Prova xxx dal V19 al V21, xxxx per il V22. L’ovale della bascula si completa nel legno dell’asta, il cui puntale è in corno. Sbloccaggio e scorrimento della culatta in movimento unico. Peso dei grilletti regolabile. Uno dei must dell’arte armiera dell’epoca.

 

Hors serie, oppure, Hors concours, Hors Tarif, cioè fuori serie: Derivante dalla partecipazione del modello all’Exposition Coloniale di Parigi (1931) ed Exposition Internationale (1937) nelle quali Régis Darne era componente la giuria. Esemplari realizzati con caratteristiche su richiesta e livelli di finitura non di serie; incisioni a rilievo.

 

I calibri disponibili, andavano dal 10 al 28; i più ambìti dai collezionisti sono del 20 e 24, seguiti da 12 e 16.

 

Fra i supplementi, con sovrapprezzo, l’isochromage (cromatura interna delle canne, certificata sui piani delle stesse con la scritta ISO in una losanga; molto più tardi, tutti i tubi furono ‘parachromées’); il calcio all’inglese per i soli modelli R; il calcio per mancino o di dimensioni particolari; l’asta a coda di castoro; le canne da 65 ad 80 cm. e strozzature differenti dalle standard ***/*.

 

Nel tipo ‘Plume’, con bindella annegata fra le canne, esse vantavano un peso di soli kg. 2.600 ca. nel cal. 12, mentre nel tipo ‘Bande’ (cioè bindella) quel valore saliva a kg. 2.800 circa. Ciò era possibile grazie all’assenza di molti componenti dei basculanti ed all’impiego di legni piuttosto correnti, anonimi, spesso in noce chiaro. Caratteristiche che, unitamente alla foratura da 18.2 delle canne (solo negli ultimi anni portata mediamente a 18.4), determinavano antipatici rinculi anche coi caricamenti da g. 28÷32 di pallini suggeriti dalla Casa; per non dire degli impennamenti dei tubi e, dunque, della difficoltà nel doppiare il colpo.

Come tutte le doppiette, esse tendevano a portare i colpi bassi; in fase di caricamento e scaricamento erano meno pratiche delle basculanti. 

 

Pervenire all’anno di fabbricazione d’un esemplare è arduo, perché Darne non ha mai ritenuto di punzonarlo, né di dover seguire un criterio logico nell’apposizione dei numeri di matricola. Infatti, quando nel 1978 l’azienda chiuse i battenti, lasciò i magazzini stipati d’una notevole quantità di pezzi prodotti fra il 1920 e gli anni ’60 privi dei marchi dei modelli e dell’anno.

Il calcio e l’asta erano inizialmente ricavati da un unico pezzo di legno; successivamente, quelle parti furono distinte ed associate da un traversino verticale. Il calcio non poteva essere modificato nei valori di piega e vantaggio, ma solo sostituito.

La lunghezza delle camere di scoppio, forate con tolleranze minime, era riportata sui piani delle canne.

Il calibro era acquisibile dai valori di foratura riportati sui tubi. Le canne strozzate recavano la scritta “CHOKE Non Pour la Balle”.

Tutti i modelli venivano sottoposti alla “Epreuve triple” di kg/cm² 1.300 (1.900 sino al 1965 circa), come attestato dalle tre punzonature delle palme coronate incrociate del Banco di prova di St. Etienne. “PT” indica la prova con polvere senza fumo T piroxylée.

 

LA PROVA STRAORDINARIA

Sin dall’inizio, la superiorità qualitativa delle canne Darne, finite ed assemblate, è stata testimoniata dalla prova straordinaria sostenute a 1.900 kg/cm², considerata la più severa, alla quale nessun altro tipo di tubo nazionale o straniero avrebbe resistito. Ai fini d’una standardizzazione internazionale, il Banco ufficiale di prova soppresse tali prove. Da allora, la vecchia prova con sovraccarica (14,50 g. di polvere nera per 75 di pallini), alla quale erano state sottoposte le canne Darne,  assunse la nuova  denominazione “di prova tripla„, la massima punzonata. Con queste nuove norme, le canne finite vennero obbligatoriamente sottoposte alla “Epreuve triple”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Prove ufficiali del Banco della Camera di commercio di Saint Etienne: valori delle vecchie e delle attuali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TECNICA:

 

●La culatta-otturatore s’apre e si richiude traslando su apposite slitte, agendo su di una chiave (leva) a ‘T’ rotante verticalmente. Nel corso degli anni, tale chiave è stata oggetto di quattro variazioni sul leveraggio; ciò può essere d’ausilio nell’individuazione del periodo in cui è stata prodotta una di queste doppiette. Scorrendo indietro, essa arma i cani interni ed espelle i bossoli spenti.

●Per smontare le canne occorre premere sul traversino zigrinato individuabile nella cavità della tavola e, magari ribaltando l’arma, spingere i tubi verso la culatta aperta.

● Le canne sono dotate d’un ramponcino posteriore e d’un innesto anteriore all’altezza dell’asta tramite i quali, pressando e spingendole in avanti, s’ancorano entro la tavola del fucile. Dalla base della bindella, al di sopra delle camere, protrude un perno cilindrico dall’estremità fresata inferiormente. Tale perno è delegato ad inserirsi nel corrispondente foro della faccia dell’otturatore in chiusura e, quindi, ad accogliere nella menzionata mortasa inferiore un elemento ascendente, comandato dalla chiave, alloggiato all’interno dell’otturatore medesimo. Pertanto, una volta reso l’otturatore solidale con le canne, si realizza un’affidabilissima chiusura, un vero e proprio tutt’uno.    

●Gli eiettori sono analoghi a quelli delle armi belliche. L’estrazione è affidata a due uncini; al passaggio del percussore l’uncino si solleva ad agganciare la base della cartuccia esplosa per espellerla nella fase d’arretramento della culatta-otturatore; non è infrequente che insieme con quella spenta, venga estratta ed espulsa anche la munizione ancora integra. Secondo la Casa, l’azione sarebbe efficace anche con cartucce deformate dall’umidità od affette da difetti del bossolo. 

●Dischi otturatori convergenti. Sono allogati sulla faccia della culatta-otturatore, coi centri corrispondenti ai fori dei percussori. Essendo le canne convergenti, la loro estremità posteriore non combacia perfettamente con la superficie della culatta-otturatore perché i loro assi non ne sono ortogonali. Darne compensò le differenze d’inclinazione tramite due dischi, opportunamente inclinati, in grado di accogliere le basi delle cartucce e guidarle nelle camere di scoppio perfettamente in asse coi tubi. Ciò, più per encomiabile precisione tecnico-costruttiva, che per i pubblicizzati fini d’evitare possibili fughe di gas di combustione da tergo, di contenere l’entità del rinculo, d’accrescere il rendimento delle cariche (in combinazione con gli stretti diametri delle camere, fornirebbero rosate più concentrate a distanze maggiori). Nel 1906, apparvero le prime doppiette munite di tali dischi, messi definitivamente a punto nel 1911.

●Nella produzione seriale, l’essenzialità del meccanismo sottraeva questa doppietta a fasi costose come quella dell’imbasculatura ed altre cui sono soggette tutte quelle tradizionali. Tuttavia, sebbene composta da un minor numeri di elementi rispetto alle basculanti, la Darne richiedeva un assemblaggio impegnativo, tanto che, tutte le operazioni d’aggiustaggio e finitura esigevano manodopera altamente specializzata.

 

 

ESTETICA:

In tutta obiettività, ritengo di poter asserire che la Darne sia più da vedere che da usare. Degno prodotto della belle époque, è uno dei più riusciti connubi fra forma e funzione (vedi Bauhaus), solitamente impresa tutt’altro che agevole. Così come la Luger P08, questa doppietta non sfigurerebbe in un museo dell’industrial design. Persino la tanto indigesta impugnatura a mezza pistola s’inserisce felicemente nel ritmo delle masse dell’arma, nel suo singolare e bislacco, ma accattivante insieme. Uguale solo a sé stessa, può non piacere a chi non è esercitato alla lettura di siffatte composizioni od è troppo abituato alla visione delle basculanti nelle varie configurazioni, per accettare qualcosa di differente. Un po' come nel caso dell’interessantissima Ma.te.ba., rigettata come fosse blasfema dall’inclito pubblico allevato a Plasmon e revolver di Tom Mix, Callaghan & Co.

Le incisioni, chissà perché inevitabili come le zigrinature. I soliti grovigli di verdura che in pochissimi casi s’intonano alle superfici destinate ad ospitarli, non hanno risparmiato neanche la Darne. Essi s’infittiscono sbaroccheggiando in un parossistico intrico di volute, di pari passo coll’elevarsi del grado qualitativo del modello, finendo coll’assurgere al rango del cesellato nel V21. Poi, i garbugli s’inchinano facendo ala all’apoteosi, al rococò degli animali e delle telenovelas di caccia del V22. Il trionfale gioco di volute e controvolute s’estende a colonizzare il settore iniziale delle culatte. Il rigore e le armonie dei volumi dell’arma, davvero non meritavano queste concessioni alla volgare ridondanza decorativa, a quello che Tullio Tentori, padre dell’antropologia culturale italiana, definì ‘bisogno iconografico delle masse’.

Non è affatto vero che “è bello ciò che piace” (cugino del “chi si contenta gode”), proverbiuccio populistico coniato per rendere felici e gabbare coloro che ignorano.

Il giustapposto Darne è un classico esempio di love me or leave me.

In occasione dell’acquisto del mio primo fucile vidi, in una delle vetrine dell’armeria, sola soletta nel suo scomparto, una doppietta sui generis, dal legno incredibilmente gialliccio, mai vista prima. Fu amore a prima vista, una folgorazione. L’amico che m’accompagnò, m’informò d’essermi incantato d’una Darne, raffinatezza non per tutte le bocche. L’armiere mentì d’averla già venduta, dato che a distanza di molti mesi la francese era ancora lì, a fare sfoggio delle sue belle curve.

 

 

 

Il figlio di Régis, Francisque, nel 1910 lasciò l’azienda paterna per fondarne una sua, la F. Darne Fils Ainé, sempre a St. Etienne; produsse doppiette che riprendevano i concetti generali di quelle del padre, fra le quali alcune versioni finissime del modello R originario, brevettato dal genitore nel 1893. Ciò fu possibile perché nel 1909 Régis aveva apportato modifiche ai suoi modelli, lasciando che altri fruissero dei precedenti brevetti. Francisque morì nel1917; l’azienda, gestita da una serie di quattro proprietari, gli sopravvisse sino al 1955.

Sul piano meramente commerciale, le doppiette di Francisque Darne, così come altri cloni del progetto originale (Peugeot, Soleilhac, ed altri), quotano molto meno delle vere Darne.

Nel 1981 circa, Paul Bruchet, già dipendente Darne, rilevò marchio, macchinari e magazzini dell’azienda per assemblare le innumerevoli parti giacenti, senza praticamente produrre. Evase le ordinazioni senza tenere in vera considerazione le richieste dei clienti, tanto che il sig. V. Data (Peroldex di Torino) non ne curò più l’importazione. Andato in pensione Paul, gli è succeduto il figlio Hervé.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Calibre 28 mono détente Modèle V (fusildarne.com/) –Modello della corrente produzione Bruchet. Grazie all’assenza dei tipici ovali laterali ed alle superfici espunte da ghirigori e comics di rito, se ne apprezzano essenzialità e nitore formale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo tanti decenni di razionalismo e funzionalismo, finalmente sono bandite certe concessioni al superfluo, al kitsch, a tutto vantaggio della compattezza della forma e, quindi, ad una più gradevole acquisizione dell’insieme. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per l’ Halifax “Plume” di Bruchet valgono le considerazioni espresse sopra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Modelli  Hors Serie di Bruchet: quando il troppo è veramente troppo. L’ovale (sorta di chiave di lettura delle principali forme dell’archetipo Darne) associa metallo e legno accordandosi degnamente con tutte le curve dell’arma. Per contro, la ridondanza decorativa è estranea all’armonia dei volumi, delle superfici, dei profili, del ritmo di vuoti e pieni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Halifax “Bande” della produzione Darne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mod. P17; perno inferiormente mortasato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

R10 scomposto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

R11 “Plume” (con perno mortasato e corrispondente foro nella faccia della culatta-otturatore; sicura a levetta)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 marchietti Darne +radicale 10= 20 (V20) e rampone posteriore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 marchietti d’un V19, rampone posteriore e ramponcinp anteriore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A sinistra: la funzione compensatrice dei dischi otturatori convergenti d’una Darne; A destra: in rosso, la differenza fra le basi delle cartucce e la faccia di bascula d’una doppietta basculante. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione della chiusura. In giallo, l’elemento ascendente che s’incastra nella mortasa del perno-prolungamento della bindella, a sua volta inserito nell’apposita sede entro la faccia dell’otturatore. Sotto le camere, il rampone posteriore agganciato nella tavola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tipo “Bande” (bindella piena) e sicura a cursore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicità d’epoca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un doveroso ringraziamento a Mr. Peuceta per questo bel lavoro.