U’ Ddubotti di nonno Filippo (Una doppietta sconosciuta)

PREMESSA:

                                                     

Ho un debito di riconoscenza con Ike  relativo ad un “favore” avuto sul forum di questo sito ove, per intercessione e buoni uffici del Principe-Soldato Peuceta, sono stato “graziato” dell’antipatico titolo di “Utente Minchione” modificato nel più benevolo “Pulvirulento” che sa più di “malattia virale” che di “polvere” alla quale, forse, volevano accomunarmi causa il mio nikname. Pax!

 

                                                                                                                                    JK6

 ooOoo

 

 

Il mio carissimo e indimenticabile genitore che, dal maggio ’74, caccia (almeno lo spero) nei boschi e nelle pianure di proprietà “dell’inquilino dell’ultimo piano”( il Principe-Soldato  Peuceta, mi consenta la citazione),durante il suo poco tempo libero, amava cacciare la lepre (dall’apertura a fine ottobre) ed i tordi (per il resto della stagione) sugli altipiani e sulle pendici del “mio” amatissimo Aspromonte, che di “aspro” ha solo…il nome!

 

Egli, quando ero ancora bambino, accortosi subito che mostravo interesse per le armi da caccia, mi raccontò  del fucile di nonno Filippo (suo padre) come di arma fine di fabbricazione “straniera” non “nazionale”, capace di abbattere lepri e tordi a distanze impensabili, del quale si erano perse le tracce durante la II^ Guerra Mondiale, quando il nonno, per non consegnarlo alla locale stazione Carabinieri, che aveva ricevuto l’ordine del Duce di requisire tutte le armi ai civili (?),come tanti altri cacciatori del tempo, lo nascose in un posto segreto.

 

Per amor del vero questa storia della requisizione io, nonostante varie ricerche, non l’ho trovata scritta da nessuna parte, per cui credo che mio padre ricordasse male il motivo…………..o che,forse, era stata solo una fobia  del nonno!

 

Lasciando da parte quale sia stato il vero motivo, sta di fatto che Il nonno, effettivamente, nascose il fucile senza dire neanche ai familiari il posto del nascondiglio.

 

Nota di Ike: Non si trattava di una vera e propria requisizione, ma risulta che all'indomani dell'8 settembre, molti comandi germanici abbiano affisso manifesti riportanti l'ordine di consegnare armi e munizioni detenute dalla popolazione, comprese le armi e le munizioni da caccia, chi non obbediva incorreva nella pena di morte. Ho letto che venivano raccolte nelle piazze delle Prefetture e vi veniva attaccato solo un cartellino con lo spago, riportante il nome del proprietario. Naturalmente molte di queste armi non furono mai più ritrovate. Mi ha raccontato il buon amico Antongiulio, che quando andò a consegnare il fucile del padre, c'era sulla piazza davanti alla prefettura di Lucca un mucchio altissimo di armi, in maggioranza moschetti mod. 1891 e che le munizioni venivano buttate in alcune casse. Il suo fucile, con intarsi in avorio nel calcio, non verrà mai ritrovato.

 

Il motivo di non dire il luogo del nascondiglio neanche ai familiari era dato dal fatto che, a detta di mio padre, il nonno riteneva (ed a ragione, dico io!) che “ se uno non sapeva, non poteva dire….. neanche sotto tortura!”.

 

Questa sua “arguzia paesana” ha salvato il fucile da chissà quale paventata disgrazia, ma ha privato mio padre dalla gioia di usarlo finita la guerra, perché il nonno , poco prima dell’armistizio fu colpito da paralisi e rimase purtroppo infermo a letto e senza l’uso della parola.

 

A detta di mio padre, finita la guerra, ogni tentativo di fargli indicare il luogo del nascondiglio è stato vano! Anzi, mi diceva che quando si toccava il tasto “Ddubotti” (leggasi: fucile) il nonno infermo si agitava, per cui, alla fine, per lasciarlo tranquillo non gli hanno più chiesto niente.

 

La sua esistenza terrena cessò quando io avevo appena 2 anni, nel 1953, e si portò con sé  il nome del suo nascondiglio segreto!

 

Passarono gli anni e la mia curiosità di ragazzo, che non aveva avuto la fortuna di conoscere nemmeno un solo nonno (né paterno, né materno), mi spingeva a chiedere spesso a mio padre di raccontarmi del nonno di cosa faceva, di com’era a livello caratteriale e, come già detto, siccome ero già innamorato delle armi lunghe da caccia, alla fine, il discorso cadeva sempre sul “famoso” fucile.

 

Gli chiedevo di descrivermi com’era fatto, come il nonno ne era venuto in possesso, se lui (mio padre) l’avesse mai usato ecc., ecc.

 

Mio padre, dopo varie ed insistenti mie richieste, un giorno, mentre eravamo a caccia seduti nel capanno temporaneo (fatto di frasche) ad aspettare che si facesse “ora giusta” per il rientro dei tordi, alla mia ennesima richiesta, mi disse “ non so cosa te ne farai di quanto ti sto per dire, ma almeno promettimi che, in futuro, non mi chiederai più di quel benedetto fucile che a quest’ora sarà marcito sotto terra da qualche parte!”

 

Dopo che gli giurai (non ricordo su cosa) che non gli avrei più rotto l’anima su quel fucile, cominciò a raccontarmi:

 

Ti ho già detto che il nonno negli anni ’30 era il fattore dei Signori Vernì (un casato abbastanza in vista nel paese), che il Sig. Vernì era un’ottima persona, che era cacciatore dotato di ottima mira e che lo stesso, beato lui, possedeva diversi fucili da caccia.

 

Lo stesso Sig. Vernì era a conoscenza che il nonno era appassionato di caccia; che appena poteva andava a sparare qualche tordo con il suo cal. 20 ad avancarica e che di più non poteva permettersi!.

 

Un giorno il Sig. Vernì recatosi in campagna si avvicinò al nonno e dopo aver parlato di come impostare il lavoro per la ormai prossima attività di raccolta delle olive, si lasciò scappare la  promessa che se l’annata olearia fosse stata molto buona come si presentava, alla fine dell’annata avrebbe fatto al nonno un regalo sicuramente a lui gradito.

 

Il nonno lo ringraziò della sua bontà e del pensiero che aveva avuto, ma non immaginava cosa poteva essere il regalo, credo che avesse pensato ad un premio in denaro.

 

Alla fine dell’annata, eccezionale per qualità e quantità, dopo aver fatto i conti del frantoio (oggi diremmo: il bilancio dell’azienda) pagato il saldo di quanto dovuto al nonno, il Sig. Vernì gli fece presente che era soddisfatto del lavoro fatto e del risultato e che voleva mantenere la promessa fatta a suo tempo.

 

Lo pregò di attendere, andò nel salone di casa e poco dopo ritornò con in mano uno dei suoi fucili “a retrocarica”, a cani esterni, in calibro 16 ed una cartucciera nuova fiammante piena di cartucce e gli disse: “ Mastro Filippo, questo è vostro, è il mio regalo prendetelo e fatene buon uso! Con questo sarete più veloce nel ricaricare e sarete in condizione di fare carnieri di tordi migliori rispetto a prima!”

 

Il nonno non credeva ai suoi occhi e credo che a fatica sia riuscito a trovare le parole giuste per ringraziare il Sig. Vernì dell’inaspettato e  graditissimo dono.

 

Il nonno usò per parecchi anni quel fucile “importante” di fabbricazione estera con orgoglio e con la soddisfazione di pingui carnieri! A lui non interessava la provenienza estera o nazionale, era uno che badava al sodo, per lui, l’importante era che il “Ddubotti” fosse funzionale allo scopo che serviva.

 

Anch’io usai spesso quel fucile leggero e bilanciato, dotato di canne lunghe, col quale feci ottime cacciate e tiri eccezionali, che ho ancora stampati perfettamente nella mente, sia alla lepre che ai tordi.

 

Con l’avvento della II^ Guerra Mondiale, per i motivi che ti ho già detto, il nonno nascose il suo fucile e da allora si è persa ogni traccia.

 

Finita la Guerra io lo cercai per molto tempo nei posti più impensati, ma alla fine abbandonai la ricerca perché pensai che probabilmente lo aveva sotterrato chissà dove e che era come cercare il classico ago nel pagliaio!

 

Questo è tutto quello che posso dirti sul fucile del nonno e per favore non chiedere più niente!

 

Io  sono cresciuto senza più chiedere niente al riguardo, ma in me c’è sempre stato “quel tarlo” unitamente al desiderio di ricercare tutte le cose appartenute all’unico nonno che era in vita quando io sono nato e del quale porto il nome, com’era in uso tanti anni fa dalle mie parti di dare ai figli il nome dei propri genitori.

 

Del nonno ho un vago ricordo (come un sogno) di quando era a letto infermo (o forse è il frutto della mia immaginazione  a seguito dei racconti di mia madre). Ero troppo piccolo e non so, ahimè, distinguere il ricordo reale dalla immaginazione .

 

C’è un filo invisibile che mi lega a quel nonno che con me non ha avuto la possibilità dì fare “il nonno” ed è anche per questo che in me c’è stata sempre questa smania di ricercare le “sue cose” forse per “sentire” oggi quel contatto fisico che è mancato allora.

 

Conservo gelosamente tra i miei oggetti più cari: i suoi occhiali, la sua cartucciera, una sua foto e, da qualche anno, la sua ultima Licenza di caccia, ritrovata per caso in fondo ad uno dei  cassetti di un vecchio mobile di famiglia che ho fatto restaurare!

 

A volte (poche per la verità) il destino è benevolo e, come nelle favole più belle, accade che le cose tanto desiderate d’improvviso si palesano alla nostra visione, così per caso, circa 20 anni fa, il vecchio “Ddubotti” di nonno Filippo, quando meno me lo aspettavo, rivide la luce!

 

La mia anziana madre, conscia dell’età avanzata, intuendo che gli anni che le restavano da vivere non erano poi tanti, mi chiama al telefono per dirmi che se ne avevo ancora voglia potevo fare i lavori di sistemazione della casa paterna ove lei ancora abitava.

 

La cosa mi sembrò strana perché  per circa 10 anni glielo avevo chiesto io ed ho ricevuto sempre la stessa risposta: “quando chiudo gli occhi io, farai quello che vuoi”.

 

Le chiedo se sta bene (visto che io ero in Lombardia e lei in Calabria) mi risponde di sì  e cerca di rassicurarmi dicendomi “non c’è nessun problema ho solo pensato che, se vuoi, è il momento giusto per farlo!”

 

Preparo tutti gli incartamenti necessari, le pratiche edilizie ecc. ed affido ad un amico costruttore del posto i lavori e concordo con lo stesso il periodo di effettuarli nel mese di giugno quando io potevo godere di un periodo di ferie abbastanza lungo da essere presente per seguire la maggior parte dell’intervento.

 

Durante i lavori di smontaggio del tetto esistente per poter sopraelevare i muri perimetrali, un operaio chiama a gran voce l’amico imprenditore, che stava concordando con me le modalità dell’intervento di impermeabilizzazione, ci precipitiamo su al primo piano e troviamo questo operaio, seduto su una vecchia trave in legno e pallido come il latte, che ci indica uno squarcio nel muro e ci dice “lì c’è qualcosa di strano, forse un morto in un sacco!”.

 

Tranquillizziamo l’operaio ed incuriositi ci avviciniamo al sacco incastrato in una nicchia nel muro, tocco il sacco e noto che contiene qualcosa di duro, faccio demolire la restante parte d’intonaco e man mano che i calcinacci venivano giù prendevo sempre più convinzione che poteva essere ciò che avevo da sempre desiderato trovare…………. E così fu!

 

Estratto il sacco, liberato dai legacci, aperto anche l’ultimo involucro puzzolente, costituito da maglioni di lana arrotolati, intrisi  di olio rancido, smontato in due parti, mi appare il tanto desiderato “Ddubotti” di nonno Filippo ricoperto nelle parti metalliche di abbondante e finissima ruggine mista a residui di olio d’oliva indurito, cerco di sollevarlo prendendolo per il calcio e questo mi resta in mano spappolato, ridotto a “farina”, dai tarli!

 

Gli do una prima sommaria pulita con della lana d’acciaio grossa (che recupero da una vicina di casa) e vedo che la ruggine, per fortuna, è solo superficiale. Ne sono immensamente felice, ringrazio il buon olio d’oliva che aveva fatto abbastanza egregiamente il suo dovere e subito prometto a me stesso di farlo tornare “agli antichi splendori” anche se non potrò spararci nemmeno una cartuccia!

 

Fatte le pratiche burocratiche nella locale caserma Carabinieri, porto il fucile senza calcio a casa, in provincia di Brescia, dove comincio l’opera di pulitura, sia della bascula che dell’esterno delle canne, con paglietta sempre più fine e poi con tela smeriglio finissima.

 

Noto che nelle incisioni, sobrie ma fatte a mano (essendo di fine ‘800/primi del ‘900), rimane la ruggine e non riesco a farla andar via, decido di portarlo da un pulitore di metalli, che lavora per artigiani armaioli, il quale riesce  a fare il miracolo di “tirare” in maniera splendida sia la bascula che le canne le quali, con mia grande sorpresa, internamente sono lucidissime nonostante il tempo trascorso in quelle precarie condizioni di conservazione.

 

Lo porto successivamente a Gardone v.t. da una signora che fa(ceva) la brunitura e le chiedo di farmi le canne color “rosso-cioccolato” come ho pensato potevano essere da nuovo.

 

Mi sono preso anche la briga di cercare un legno parzialmente “rigatino” come si conviene quando si deve fare un calcio in sintonia con un’arma d’epoca, ed ecco il risultato:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allora non avevo la buona abitudine che ha Ike, il nostro Amministratore, di fotografare l’arma prima, durante e dopo le fasi di restauro e, sinceramente, mi dispiace perché mi sono perso la possibilità di documentare come da un “ferrovecchio” arrugginito possa rinascere “una cosa bella”!

 

Sarà il richiamo del sangue, sarà il fatto che non ho mai potuto parlare o abbracciare mio nonno, sarà la mia atavica passione per le armi da caccia, ma quando stringo tra le mani questa “creatura” alla quale sono riuscito a ridare vita, anche se solo da “pensionata”, penso a quelle sensazioni che non ho potuto provare, alle tante cacciate che avrebbe potuto fare mio padre ed alle tante cose che avrei potuto fare io con lui e un groppo alla gola mi sale che, a stento, riesco a trattenere le lacrime!

 

Un’arma non è solo “un pezzo di ferro” che ha come scopo l’essere “mezzo di offesa” perché tra le mani di chi la sa comprendere e sa leggere nella sua storia, può diventare anche un oggetto d’amore!

 

Consentitemi di mandare un lunghissimo abbraccio a mio padre ed a nonno Filippo, con la speranza che, nella proprietà “dell’inquilino dell’ultimo piano”, possano almeno cacciare insieme e parlare di me che, sulla terra, ho potuto continuare a coltivare l’amore per la natura e praticare questa loro stessa passione.

 

Non vi nascondo che ho scritto le ultime frasi con gli occhi lucidi ed il cuore pieno di commozione e non mi vergogno di ammetterlo, perché sono orgoglioso di essere cacciatore ed uomo capace di questi sentimenti.

 

Sono sicuro che i verdastri ciarlatani ed i falsi ambientalisti che predicano amore e rispetto per la natura senza poi metterlo in pratica attuazione, non saranno mai capaci di sentimenti come i nostri. Peccato per loro, non sanno cosa si perdono!

 

Ad maiora amici e grazie di cuore per aver letto queste pagine.

                                                                                                                                                                                                                                                                    JK6

Caratteristiche Tecniche:

 

E’ stato prodotto a Liegi (il “vitone” e la “E stilizzata” sono  inconfondibili)

Ha la bascula “Round”;

Ha le canne “IN RUBAN”; (Procedura di produzione delle canne con verghe in ferro ed acciaio frammiste, avvolte in spire di diverso disegno intorno ad un mandrino, poi martellate a caldo. In tal modo si ottennero dapprima le canne «a ruban», più tardi quelle a «damasco», raggiungendo la robustezza necessaria per resistere a forti cariche di polvere. Tratto da “la doppietta”) lunghe 75 cm, pesano Kg. 1,280, sono forate  entrambe a 17,2 mm; ha camera di  65 mm; le strozzature  non sono indicate, ma alla misurazione col calibro sono: la prima canna 4/10 e la seconda 6/10.

Ha la chiusura a “T” con leva di sgancio posta sotto l’astina;

Ha un classico bi-grillo, con scatti morbidi ed estrattore manuale.

Ha una sobria incisione floreale sulla basculla, sulla chiave di apertura e sugli acciarini.

 

 

 

 

 

Un doveroso ringraziamento a Mr. JK6 per questo bel racconto, non posso negare l'invidia, ma posso comprendere le sensazioni, anche se sicuramente meno intense di quanto siano quelle che provo maneggiando le armi prodotte da Zio Ernesto (Nannini), del quale verrà presto allestita una mostra fotografica, che chiaramente verrà postata anche qui.